Trivelle for dummies

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attivisti di Greenpeace alla Scala dei Turchi

Da dieci anni, in Italia è vietato fare pozzi di petrolio e metano sottocosta, perché è dannoso per l’ambiente, e quindi per il turismo, la pesca e la salute. La legge ha permesso di tenere aperti i pozzi che già c’erano, fatti in precedenza. Stabiliva però che ogni pozzo poteva durare al massimo 50 anni, dopodiché doveva essere chiuso.

A fine 2015, questa parte della legge è cambiata: ora non c’è più la scadenza a 50 anni e le compagnie petrolifere potranno sfruttare i pozzi sottocosta “alla goccia” e anche trivellare nuovi pozzi, se erano già previsti.

Il referendum riguarda questa modifica e fa una domanda molto semplice: vogliamo rimettere la scadenza a 50 anni per i pozzi sottocosta?

Se vincerà il sì, le compagnie petrolifere dovranno chiudere i pozzi sottocosta, nell’arco dei prossimi dieci anni. Altrimenti, potranno tenerli aperti finché ci sarà petrolio o metano. Siccome decidono loro quanto estrarne, è come dire che potranno tenerli aperti finché vorranno: senza scadenza, appunto, e soprattutto risparmiandosi di smontare le piattaforme e di ripulire l’ambiente.

Tenere quei pozzi aperti ha dei pro e dei contro. Per l’interesse generale, i pro sono che garantiscono alcuni posti di lavoro, che possiamo comprare un po’ di petrolio e metano a chilometri zero, invece di importarli, e che ricaviamo delle royalty e delle tasse dalle compagnie. Purtroppo, questi benefici sono insignificanti, perché il petrolio e il gas che si estrae da quei pozzi è pochissimo ed è tassato poco o niente (c’è perfino la franchigia).

I contro sono che i pozzi inquinano, perché l’estrazione rilascia sostanze tossiche e cancerogene, che danneggiano l’ambiente e finiscono sulle nostre tavole. Soprattutto, ci mettono al rischio di un disastro ambientale, per esempio uno sversamento di petrolio, che sarebbe una rovina per il turismo, la pesca e la salute.

Insomma, il gioco non vale la candela: è meglio che quei pozzi sottocosta vadano a chiudere, via via da qui a dieci anni, come voleva la legge fino all’anno scorso.

Al referendum votiamo sì.

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paesaggio del Caspio

Trivelle for nerds

Il 3 aprile 2006, il governo Berlusconi III promulgò il Decreto legislativo n. 152, cosiddetto Codice dell’Ambiente, che all’articolo 6, comma 17 vieta le attività di ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi nelle acque territoriali italiane, ossia entro 12 miglia marine dalla costa (circa 22 chilometri), “ai fini di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema”.

Al 31 marzo 2016, entro quel limite insistono 44 concessioni di coltivazione, conferite tra il ‘67 e il ‘97 (a parte una conferita nel 2014) La legge consentiva di prorogare tali concessioni per un massimo di 50 anni, in successivi rinnovi (per esempio 30+10+5+5), quindi le prime sarebbero scadute nel 2017, le ultime nel 2027.

Il 28 dicembre 2015, il governo Renzi ha promulgato la legge n. 208, cosiddetta Legge di Stabilità 2016, il cui articolo 1, comma 239 modifica il Codice dell’Ambiente eliminando la scadenza a 50 anni ed estendendo le concessioni “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”. Il referendum propone l’eliminazione di queste parole.

Per la precisione, chiede: Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?

Se vincerà il sì, le concessioni giungeranno via via a scadenza: le prime nel 2017, le ultime nel 2027. Se vincerà il no, o non sarà raggiunto il quorum dei votanti, i titoli abilitativi già rilasciati resteranno validi fino a esaurimento dei giacimenti, con i piani di ricerca, sviluppo e coltivazione attualmente vigenti, che possono anche prevedere la trivellazione di nuovi pozzi e la costruzione di nuove piattaforme.

Per esempio, la concessione di metano e petrolio C.C. 6.EO di Edison/ENI, nel Canale di Sicilia, è stata prorogata al 2022 da un decreto del Ministero dello Sviluppo Economico del 15 novembre 2015, che all’articolo 2 prevede la realizzazione di una nuova piattaforma (Vega B) e la perforazione di 12 nuovi pozzi.

Come si nota confrontando il testo previgente con il nuovo, anche il Codice dell’Ambiente consentiva i programmi di lavoro già approvati, incluse potenziali attività di ricerca, sviluppo e coltivazione, ma le subordinava alla procedura di VIA e al parere degli enti locali.

Per esempio, la concessione di metano G.C 1.AG di ENI/Edison, al largo di Licata, è stata conferita il 31 ottobre 2014 da un decreto del Ministero dello Sviluppo Economico, a conclusione di un programma di ricerca iniziato nel 1999 e di una contestata VIA che ha autorizzato un pozzo a 20 km dalla costa.

Il nuovo testo della legge non prevede assoggettamento alla procedura di VIA e al parere degli enti locali, quindi i concessionari potranno svolgere il programma dei lavori senza ulteriori autorizzazioni. In ogni caso, i concessionari potranno rinviare sine die lo smantellamento degli impianti, la messa in sicurezza dei pozzi di estrazione e il ripristino ambientale, operazioni richieste dalla legge alla scadenza di una concessione.

Sulle concessioni entro le 12 miglia marine si trovano 92 piattaforme e strutture assimilabili, di cui 48 effettivamente eroganti, situate su 26 concessioni in produzione (23 di gas e 3 di gas e petrolio). Ovviamente, i concessionari hanno facoltà di rimettere in produzioni le concessioni momentaneamente improduttive. Operare tali strutture non richiede presenza continuativa. Il numero delle persone specificamente occupate sugli impianti entro le 12 miglia non è noto. Secondo la FIOM CGIL sarebbero meno di cento persone.

Nel 2014, la produzione di metano e petrolio dagli impianti entro le 12 miglia marine ha coperto rispettivamente il 2% e lo 0,8% dei consumi nazionali. Le royalties italiane sono tra le più basse al mondo, il 10% sul gas e il 7% sul petrolio (per confronto, la Russia ha l’80%). Inoltre c’è una franchigia annua sui primi 80mila metri cubi di gas e sulle prime 50mila tonnellate di petrolio, cosicché solo poche concessioni marine sono effettivamente remunerative per lo stato (una su cinque, secondo dati del Ministero elaborati dal WWF).

Secondo i dati del Ministero, nel 2015 otto società hanno versato 340 milioni di euro (218 l’ENI, circa 94 la Shell) per la produzione del biennio 2013-2014. Poiché le concessioni oggetto del referendum forniscono circa il 10% della produzione nazionale, si parla di circa 17 milioni di euro l’anno.

Questi numeri sono del tutto irrilevanti dal punto di vista dell’indipendenza energetica, della geopolitica, del vantaggio economico. In altre parole, rinunciare a questa produzione di metano e petrolio non avrebbe conseguenze sull’occupazione, sui consumi e sul costo dell’energia in Italia. Per quanto riguarda il petrolio, si parla di 500.000 tonnellate nel 2014 (equivalenti a circa 3,5 milioni di barili), ovvero il carico di 2-3 petroliere.

Per un elementare principio di prudenza, la stima dei costi richiede di considerare lo scenario peggiore, ovvero un disastro ambientale dovuto a uno sversamento di petrolio. Il 13 marzo scorso, si è rotto un tubo di un centimetro su una testa di pozzo di una compagnia austriaco-tunisina al largo di Sfax, a 120 km da Lampedusa. Il 14 marzo la marea nera ha colpito alcune delle spiagge più belle delle isole Kerkennah, che vivono di pesca e turismo (guarda il video di un pescatore del luogo).

L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha monitorato per conto di ENI 34 impianti a metano (33 nel 2012 e 2014), tutti di proprietà di ENI, che scaricano direttamente in mare, o (re)iniettano in profondità, le acque di produzione. I dati si riferiscono agli anni 2012, 2013 e 2014 e dimostrano che i sedimenti nei pressi delle piattaforme sono spesso molto contaminati. A seconda degli anni considerati, il 76% (2012), il 73,5% (2013) e il 79% (2014) delle piattaforme presenta sedimenti con contaminazione oltre i limiti fissati dalle norme comunitarie per almeno una sostanza pericolosa.

Tra i composti che superano con maggiore frequenza i valori definiti dagli Standard di Qualità Ambientale (SQA, definiti nel DM 56/2009 e 260/2010) fanno parte alcuni metalli pesanti, principalmente cromo, nichel, piombo (talvolta anche mercurio, cadmio e arsenico), e alcuni idrocarburi come fluorantene, benzo[b]fluorantene, benzo[k]fluorantene, benzo[a]pirene e la somma degli idrocarburi policiclici aromatici (IPA).

La relazione tra l’impatto dell’attività delle piattaforme e la catena alimentare emerge più chiaramente dall’analisi dei tessuti dei mitili prelevati presso le piattaforme (Mytilus galloproncialis). Gli inquinanti monitorati in riferimento agli SQA identificati per questi organismi sono tre: mercurio, esaclorobenzene ed esaclorobutadiene. Di queste tre sostanze solo il mercurio viene abitualmente misurato nei mitili nel corso dei monitoraggi ambientali. I risultati mostrano che circa l’86% del totale dei campioni analizzati nel corso del triennio 2012-2014 superava il limite di concentrazione di mercurio identificato dagli SQA.

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attivisti di Greenpeace nelle Marche

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